Civil War

 

Alex Garland ( Ex Machina , Annihilation, Men) è un regista decisamente interessante. Fino ad ora ha utilizzato la fantascienza non per semplice entertainment, ma per raccontare i problemi dell’uomo e della società, ai confronti con la tecnologia di un futuro molto prossimo, ma non solo, a confronto in fondo coi propri problemi. In questo film invece, il regista sembra allontanarsi da questo approccio affrontando i problemi che gli USA hanno…con se stessi.

Infatti Garland ci parla di una ipotetica guerra civile causata negli USA dallo scontro tra due fazioni, quella che fa capo a stati fedeli a un presidente che ha molto del dittatore sotto falso nome, ormai prossimo al terzo mandato, e quella di tre stati, politicamente avversari tra loro, ma che si uniscono chiedendo la secessione: l’Alleanza della Florida e gli stati occidentali di Texas e California. Stavolta quindi non si tratta, come in molti film di Hollywood e nella realtà storica del passato, di un nemico esterno, terroristi o gruppi armati di altre nazionalità, magari islamici, ma proprio di una seconda guerra civile.

Questo è già stato fatto vedere anche in altri film, ad esempio il satirico “La seconda guerra civile americana”, di Joe Dante, ma Garland lo fa in maniera allo stesso tempo più seria e più sottile. Il film ci riporta in un certo senso anche ai fatti di Capitol Hill, quando a Washington D.C. ci fu quasi un colpo di stato da parte di alcuni seguaci di teorie del complotto, si dice ispirati in qualche modo anche dall’ex Presidente Trump (che ora si ricandida). E non solo a questo, ma anche al loro racconto attraverso i media. La guerra è vista attraverso gli occhi di alcuni fotoreporter che vivono la situazione in prima persona, mentre tentano di andare da New York a Washington D.C. e documentano i fatti. Sembra di ritornare ai tempi dei magnifici reportage di Max Capa, ma tutto raccontato con uno sguardo piuttosto distaccato, forse per darci una visione generale dell’insieme senza voler esprimere davvero un opinione. Si lascia il giudizio a chi guarda.

Non abbiamo inoltre molti dettagli sul come sia scoppiata questa guerra, che vediamo descritta ormai quasi alla sua fine. Più dell’ideologia e delle ragioni politiche, quindi, è importante il lato umano e il confronto tra i protagonisti. Forse Garland intende inoltre rappresentare una guerra che potrebbe avvenire in qualsiasi parte del mondo, e l’ambientazione degli USA è presa più ad esempio. Un avvertimento per tutti, insomma. A noi occidentali fa comunque rabbrividire la plausibilità del film, e il fatto che i luoghi che ospitano l’azione non siano né esotici, di paesi a noi lontani, né futuristici, ma i nostri. Il film inoltre è molto incentrato sul gruppo dei protagonisti e della loro esperienza: abbiamo Lee, una fotoreporter esperta e famosa per le foto che ha fatto negli anni, ormai assuefatta al fatto di trarre immagini dalla guerra.

Lo scopo è forse anche quello non solo di portare la notizia, ma di avere rilevanza e riscontro anche personale. Poi c’è Joel, più umano, ma comunque determinato, che dovrà intervistare il Presidente, ragione del viaggio. C’è Sammy, il veterano ormai saggio, che Lee e Joel inizialmente non vorrebbero con loro proprio perché anziano e lento, ma che molto avrà da insegnare col suo esempio, e Jesse, una ragazza alle prime armi, ammiratrice di Lee, che crede ancora forse ingenuamente nel lavoro di fotoreporter quasi come una missione, e che riesce a convincere il team a portarla con sé. Questo viaggio on the road da una parte all’altra degli Stati uniti, dove condurrà veramente i nostri protagonisti ? Ci saranno sorprese e bivi, scelte da fare anche atroci. E scene ugualmente atroci, con cui Garland vuole scuotere lo spettatore e farlo pensare. 

Farlo pensare all’orrore della guerra e anche a quello della sua rappresentazione attraverso i media, le immagini, lo schermo. Ed anche al ruolo stesso di chi in prima persona svolge questo lavoro di fotoreporter, andando in prima linea, affrontando pericoli estremi, ma per quale vero motivo ?
Per amore di verità e per portare la notizia, o anche per altro ? E riescono queste persone a rimanere umane ?
Quando una guerra giunge al limite, non si guarda più alla ragioni dell’una o dell’altra parte. Non esiste una guerra giusta, né etica. Non ci sono regole, sembra dirci Garland. Ognuno quindi trova le giustificazioni che vuole, politiche o meno, ma alla fine combatte per se stesso. Notevole il cast e l’interpretazione di Kirsten Dunst forse nel ruolo della vita, per un film che non è il solito blockbuster, (il budget è di soli 50 milioni di dollari) non il solito film di guerra che punta sulla spettacolarità, ma un film di concetto, che potrebbe divenire un cult. In ogni caso, sicuramente farà pensare.

immagini © A24 DNA Film

Articolo pubblicato sulla rivista Lumières Internationales n°49 ALM Editions - Paris



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