Giurato numero 2 – dilemma morale nell’ultimo film di Clint Eastwood

Novantaquattro anni ed una carriera straordinaria.
Prima come attore, nella magnifica trilogia del dollaro di Sergio Leone, nella serie de L’Ispettore Callaghan ed in altri film davvero ben interpretati e poi come regista (tra i suoi capolavori, Birdy, Million dollar baby, Gli Spietati, Gran Torino). Questo è Clint Eastwood.
Un pezzo importante della storia del cinema. Negli ultimi anni, Clint rivolge spesso la sua attenzione sulla società americana, sui suoi cambiamenti e contraddizioni. In questo film ci mette di fronte ad un vero e proprio dilemma morale.
Ma veniamo al film. 

Justin kemp viene chiamato come giurato nel processo a James Sythe, accusato dell’ omicidio di Kendall, la sua fidanzata, dopo una litigata in un bar. Sythe ha un passato violento in qualche gang piuttosto pericolosa, ed anche il suo aspetto lo evidenzia. Ma ha davvero ucciso la sua fidanzata? Justin, dal canto suo, ha una vita apparentemente felice. Vediamo un ragazzo normale che fa il giornalista, sposato con una bella ragazza in dolce attesa.
Ma non è proprio come sembra. Infatti Justin al processo una volta che alla giuria vengono presentate le prime prove, capisce subito di avere un problema. Anche lui si trovava in quel bar quella sera così piovosa.

Ha visto James e Kendall litigare e dopo, tornando a casa in macchina, ha avuto un piccolo incidente, credendo di aver travolto un cervo. Ed ecco il dilemma. Justin pensa che James possa non essere il vero colpevole, e che tragicamente possa essere lui ad aver travolto non un cervo, come davvero pensava prima del processo, ma proprio la povera Kendall. Scopriamo poi che Justin è un ex alcolizzato che da quattro anni è sobrio. La moglie Ally, un’insegnante lo ha aiutato ad uscire dal tunnel e ora dopo un passato aborto, sta per avere una bimba. Quando Justin entra a far parte della giuria, i vari membri sono tutti orientati verso la colpevolezza di
Sythe, nessun dubbio. Sarebbe facile essere d’accordo con tutti e far chiudere velocemente il caso condannando James. Justin però tenta di salvarlo, mettendo alla giuria il dubbio che forse le prove contro Sythe non siano così schiaccianti e che potrebbe essere stato qualcun altro, magari per sbaglio. Non vorrebbe far condannare un innocente, ma allo stesso tempo teme di finire per essere condannato duramente egli stesso per via del suo passato, spiegando la dinamica dell’accaduto. 

Queste le tematiche del film. Lo scopo di Eastwood è quello di farci pensare: “e io cosa farei al posto di Justin ?” E in più: la giustizia americana è strutturata in modo da affrontare casi come questi con la dovuta attenzione ? Oppure a volte i pregiudizi influenzano troppo e si può finire ad emettere un giudizio inevitabilmente sommario quando non ingiusto ?
Eastwood adotta come suo solito lo stile minimalista ed asciutto degli ultimi anni, un montaggio pacato che apparentemente potrebbe far sembrare il film privo di mordente. Però il film fa pensare, proprio per la difficoltà del caso e per la comprensibile ambiguità che Justin mantiene. Ottima l’interpretazione di Nicholas Hoult, un attore davvero versatile che riesce con le sue espressioni a trasmetterci l’ansia, il dubbio e perfino l’opportunismo di Justin in certi casi.

Toni Collette interpreta bene la parte dell’avvocata dell’accusa Faith Killebrew che cerca di ottenere una dura condanna per l’imputato, perché in corsa anche per una carriera politica, ma anche perché inizialmente convinta di essere nel giusto. Un buon J.K. Simmons nella parte di un giurato ex poliziotto, che decide di indagare anche per conto suo, causando problemi a Justin per cui temiamo il peggio. Keifer Sutherland in una piccola ma bella parte di capo di un centro di aiuto per ex alcolizzati e avvocato di Justin.

La giuria è resa in maniera realistica, senza troppi guizzi espressivi o esagerazioni. Non aspettiamoci quindi un film che ci vuole tenere incollati alla poltrona con una tensione sempre più crescente e duelli tra i avvocati come accade in diversi film di ambito giudiziario. Non è questo lo scopo del film. Aspettiamoci invece un film solo apparentemente semplice, che però fa pensare molto anche dopo la visione e che ci obbliga davvero a metterci nei panni dei protagonisti. Il dubbio e l’ansia di Justin serpeggiano durante la visione e anche dopo. 

Ormai da tempo Clint Eastwood, il grande attore e regista non ha più nulla da dimostrare.
E’ un maestro del cinema che sa andare oltre lo spettacolo, per cercare di andare più in profondità. Dopo tanti film dirige con mano sicura eliminando tutto quanto non è essenziale e se come dice lui stesso la sua carriera chiuderà con questo film per raggiunti limiti d’età, potremo dire che ha chiuso in maniera più che dignitosa.


Immagini © Warner Bros
Articolo pubblicato sulla rivista Lumières Internationales n°53 ALM Editions - Paris

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